Rischia il carcere chi rifiuta di vendere mascherine a prezzo calmierato

Con ordinanza del 26 aprile 2020 il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemioogica Covid-19 ha fissato il prezzo massimo finale di vendita al consumo di maschere facciali ad uso medico con determinate caratteristiche di filtrazione batterica, pressione differenziale e pulizia microbica, per ciascuna unità, ad € 0,50 al netto dell’imposta sul valore aggiunto. 

Trattasi del calmiere, ossia di una misura prevista dalla legge, che si fonda sui principi stabiliti dalla Costituzione agli artt. 2 e 41. Possibile in Italia grazie ad una norma contenuta nel codice civile di cui abbiamo già trattato in altro articolo pubblicato qualche tempo prima dell’entrata in vigore dell’ordinanza commissariale (link alla pagina

Alla luce del provvedimento i commercianti che hanno acquistato quel particolare tipo di mascherine prima dell’entrata in vigore del decreto e ad un prezzo superiore, sono comunque obbligati a chiedere al consumatore finale un corrispettivo non eccedente l’importo di € 0,50. 

Se da una parte questa misura si palesa utile ad evitare fenomeni quei speculazione perpetrata da alcuni esercenti nelle settimane che hanno preceduto il provvedimento, dall’altra si può discutere sull’opportunità di ridurre drasticamente il prezzo di vendita, atteso che, da notizie diffuse a mezzo stampa, non si è fatta attendere la reazione di alcune aziende produttrici di mascherine che si sono dette non più disposte a produrre questo particolare tipo di presidi. 

Nulla obbliga il commerciante a smettere di procacciare i beni da destinare alla vendita, ma se questi ha delle rimanenze dobbiamo chiederci se può trattenere i beni in attesa di tempi migliori.

Può accadere, infatti che il rivenditore si rifiuti di alienare il prodotto nella speranza di poterne ricavare un maggior profitto al termine dell’emergenza epidemiologica, oppure che ignori il calmiere fissando un libero prezzo di vendita, eventualmente attribuendo alla mascherina chirurgica delle qualità differenti rispetto a quelle di cui è munita, inducendo il cliente in errore.

Cosa prevede la legge in tal caso?

Obbligo di vendita dei prodotti calmierati

Va premesso che in via generale, quindi nell’ipotesi di merce vendibile a prezzo libero, l’ordinamento prevede una vera e propria “ipotesi di obbligo legale a contrarre” (così la Corte Cost., sent. 253/2006), rappresentata dalla norma di cui all’art. 187 del regolamento TULPS, che stabilisce:

“gli esercenti non possono senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo”. 

Ciò fatti salvi i casi di somministrazione di bevande alcooliche a persona in stato di manifesta ubriachezza o a minori o infermi di mente. La norma è stata depenalizzata dall’art. 221bis del TULPS art. 33, lett. c) della legge 24 novembre 1981, n. 689, sicché le violazioni sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 516,00 a euro 3.096,00.

La disciplina cambia nell’ipotesi di merci assoggettate a calmiere. Difatti, tutti coloro che esercitano un’attività di vendita di un bene a prezzo massimo imposto devono tener conto dell’esistenza di una norma nata nel previgente ordinamento, nel corso della seconda guerra mondiale, e giunta ai nostri giorni nonostante varie vicissitudini.

I beni calmierati assolvono ad una funzione di carattere sociale, perciò la disciplina sanzionatoria riservata a chi non orienta la propria attività verso un fine collettivo è oltremodo severa, atteso che viene punito

“chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale o in uno spaccio aperto al pubblico, rifiuta di vendere le merci delle quali è stabilito dall’autorità il prezzo massimo”.

Trattasi dell’art. 19 del Regio decreto legge 22 aprile 1943, n. 245, preordinato a scongiurare il fenomeno del mercato nero, che in caso di infrazione prevede la pena della reclusione fino a due anni e la multa fino ad euro 1.032.

Anche la circostanza aggravante prevista all’art. 20 va ritenuta attualmemte vigente:

“Quando, tenuto conto della gravità del reato, la pena della multa stabilita nelle disposizioni del presente decreto può presumersi inefficace per le condizioni economiche del reo, anche se applicata nel massimo, il giudice ha facoltà di aumentarla fino al decuplo”.

Il commerciante non può, pertanto, sottrarre al commercio i beni sui quali insiste il calmiere. Quantomeno fino ad esaurimento delle rimanenze, poi nulla gli impone di ordinare altri beni qualora non sia più intenzionato a commerciare a prezzo imposto.

In una pronuncia di 40 anni fa, la sezione penale della Corte di Cassazione (sent. 4061/1980) ha affermato che il presupposto della norma incriminatrice di cui all’art. 19 del predetto decreto “è che il rifiuto di vendere riguardi merci delle quali è stabilito dalla autorità amministrativa il prezzo massimo”.

Giova rilevare che la disposizione, modificata dall’art. 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603, ed in seguito dall’art. 113 della legge 24 novembre 1981, n. 689, vige in forza del decreto legislativo 1 dicembre 2009, n. 179, art. 1, comma 2, che ha sottratto all’effetto abrogativo di cui all’articolo 2 del decreto legge 22 dicembre 2008, n. 200, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2009, n. 9, le disposizioni indicate nell’allegato 2, che al sub. 2/3 elenca una serie di provvedimenti tra i quali il Regio decreto legge 22 aprile 1943, n. 245.

Sull’obbligo contrattuale di vendere a prezzo calmierato

Sotto il profilo civilistico, relativo quindi al rapporto tra acquirente e venditore, quest’ultimo ha un obbligo contrattuale di vendere il bene ad un prezzo fissato con il calmiere.

Ciò in quanto qualora dovesse alienare ad un prezzo superiore, il contratto di compravendita verbale sarebbe nullo perchè contrario a norme imperative (art. 1418 c.c.). 

Tuttavia, secondo l’art. 1419 c.c., la nullità di singole clausole non importa la nullità del contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme imperative. 

Nel caso del calmiere il contratto resta pienamente valido perchè l’art. 1339 c.c., stabilisce che

“le clausole, i prezzi di beni o di servizi, imposti dalla legge (…) sono di diritto inseriti nel contratto, anche in sostituzione delle clausole difformi apposte dalle parti”. 

Ciò posto, il contratto di compravendita di un bene calmierato ad un prezzo superiore a quello fissato dalla legge conferisce il diritto all’acquirente di vedersi restituita l’eccedenza del prezzo pagato rispetto a quello fissato dalle norme.

Il rimborso dovrà essere richiesto entro il termine di prescrizione di 10 anni, con diritto agli interessi a decorrere dal pagamento ove ricevuto dal venditore in malafede ovvero a decorrere dal giorno della domanda ove il pagamento sia stato ricevuto in buona fede (art. 2033 c.c.).

La frode in commercio

La variegata offerta di presidi tende a confondere il consumatore, che se da una parte ha oggi la possibilità di informarsi per individuare un disinfettante a base di alcool o di cloro (raccomandati dal ministero della Salute) o distinguere una mascherina chirurgica rispetto ad altre di qualità differente, dall’altra può accadere che venga indotto in errore da parte di qualche venditore disonesto.

Per ovviare a questo inconveniente l’art. 515 c.p. punisce

“Chiunque, nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita”.

Parliamo della cosiddetta frode in commercio, che prevede una pena, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2.065”.

Come espressamente stabilito, non la norma si applica qualora il fatto commesso rientri in un’ipotesi delittuosa più grave, come l’adulterazione o contraffazione di sostanze alimentari (art. 440 c.p.) o di altre cose in danno della pubblica salute (art. 441 c.p.), il commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate (art. 442 c.p.), il commercio o somministrazione di medicinali guasti (art. 443 c.p.), il commercio di sostanze alimentari nocive (art. 444 c.p.), la spendita e introduzione nello Stato, senza concerto, di monete falsificate (art. 445 c.p.), ecc.

Il calmiere in Costituzione

Il fondamento costituzionale del calmiere è contenuto all’art. 41 Cost., che stabilisce:

“L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“.

Secondo il dettato costituzionale, quindi, i privati hanno ampia liberta di intraprendere iniziative di carattere economico, ma non significa che lo possano fare in modo indiscriminato, perché non è consentito violare, tra l’altro, il principio di utilità sociale o recare danno alla sicurezza. E’ quindi ammessa una limitazione all’iniziativa economica privata, quando è necessario garantire e tollerare interessi più ampi e quando bisogna perseguire le finalità sociali. Solo la legge può porre questi limiti ed indirizzare e coordinare l’attività economica verso i fini sociali.

Avv. Marco Giudici 
(riproduzione riservata)

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